Massimo Bubola

Massimo Bubola

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera -Veneto di Francesco Verni il 7/01/2013

Bubola: «Il mio rock è istant song» L'anteprima il 19 a Mestre, poi il concerto il 9 febbraio nella sua città. «In alto i cuori» è il nuovo album del musicista veronese. «Mi rivolgo agli uomini di buona volontà» Il rock non consola. Ma è una musica capace di far aprire gli occhi e accendere, nel buio, delle luci. Lo sa bene Massimo Bubola, il «cavaliere elettrico», poeta e musicista veronese, tra i più importanti scrittori di canzoni del nostro Paese, che ha inciso il suo ventesimo album, «In alto i cuori», disco destinato a restare nella storia della rock d'autore. L'album, in uscita il 22 gennaio sarà anticipato il 19 da un concerto anteprima in trio al centro culturale Candiani di Mestre (info 041/2386126) e avrà al teatro Ristori di Verona, il 9 febbraio, la prima data di un lungo tour con la fida Eccher Band al completo (info 346/9777966 ). Il titolo «In alto i cuori» è un invito, una preghiera, un augurio o una necessità??«È una speranza. E la speranza è anche un dovere, un impegno morale verso le nuove generazione; non è una parola vacua di cui si riempie la bocca l'opinione pubblica, ma è una cosa che si costruisce ogni giorno con fatica e comportamenti adeguati».?Sull'altra faccia della medaglia della speranza, si trovano però canzoni come «Paese finto» o «Tasse sui sogni»...?«La visione del mondo deve essere cruda e disincantata perché l'album è un'analisi di questo Paese. Da una parte c'è il disincanto e dall'altra c'è ancora la speranza di una guarigione che si può ottenere solo grazie ad una diagnosi approfondita e onesta».?Evitando le connotazioni politiche dei termini, «In alto i cuori» si può definire un disco di «resistenza» o di «lotta»??«È un disco che si rivolge agli uomini di buona volontà, a quell'Italia civile non soggetta alle facili mode, che non si fa condizionare e che mantiene la lucidità, a quella parte di Paese su cui bisogna contare per ritornare ad essere un Pese serio».?Ma chi sono i «finti profeti profondi» di «Paese finto»??«Il nostro è il Paese delle "patenti facili". Una volta avevamo intellettuali come Pier Paolo Pasolini, oggi si ergono a "maître à penser" artisti opinabili senza credenziali».?Questo album rilancia il concetto di «istant song»??«Una buona "istant song" riesce a dare ad un preciso fatto di cronaca la giusta altezza e allo stesso tempo lo contestualizza, rendendolo universale e leggibile al di là della cronaca pura. Una clamorosa "istant song" fu Hurricane di Bob Dylan mentre nella mia produzione c'è Alì Zazà, che parla di un baby killer napoletano, e Don Raffaè, che racconta i rapporti tra boss mafiosi ed istituzioni: temi ancora oggi estremamente attuali».?Nel nuovo album ce ne sono diverse, ma la più puntuale è «Hanno sparato ad un angelo», come è nata??«La canzone parte da un fatto di cronaca preciso: il 4 gennaio dell'anno scorso a Roma, due balordi, durante una rapina, hanno sparato e ucciso Joy, una bimba di nove mesi, e suo padre Zhou di 31 anni. Anche io ho un bambino piccolo e lo tengo spesso in braccio. Questo episodio mi ha molto colpito perché, in un certo senso, è come se avessero sparato a me. La canzone parte da qui ma pone delle questioni alte su come la pietà sia veramente morta in questa civiltà, e che fine abbia fatto la cultura del dolore, il non saper più stare "ai piedi della croce"».?Il brano «Analogico-digitale» è stato scritto assieme a Beppe Grillo??«È una canzone di otto anni fa, non c'entra nulla con la politica, parla della perdita della cultura contadina, che ha fatto l'Italia, per un linguaggio che ha molte connotazioni di anonimato e virtualità».?Non si sente un po' solo ad essere l'unico in Italia a portare avanti la letteratura del rock??«È vero in Italia non siamo in tanti, Francesco De Gregori è uno che ha fatto cose in questa direzione. Io ho scelto questa letteratura ad inizio carriera, ametà degli anni Settanta, e l'ho sempre seguita con coerenza».?Della musica italiana, oggi le piace qualcosa??«Sinceramente molto poco; ad esempio Massimiliano Larocca e Stefano Ferro. Il rock non c'entra nulla con la sottocultura, mentre il pop è sottocultura: per questo mi fa specie vedere che molta critica italiana confonda le due cose. Il rock vive di letteratura e poesia, e per sua natura dice la verità, racconta la realtà anche in maniera diretta, mentre il pop propone solo edulcorazioni e parodie del reale». Francesco Verni?07 gennaio 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA